La targa in memoria di Paolo Restuccia a Santo Stefano Briga

La targa in memoria di Paolo Restuccia a Santo Stefano Briga. Proprio davanti al portone della chiesa di San Giovanni è collocata la lapide in marmo, in memoria di un certo Paolo Restuccia, che così recita: “Le tenebre de la calunnia si avvallarono per mezzo secolo sul nome di Paolo Restuccia cui la tirannide ferdinandea mise a prezzo la testa pei moti del primo settembre 1847. La plebe in tempi di libertà dopo averlo acclamato capitano lo accuso’ di tradimento e punì di esilio. Ma la madre patria armata della face del vero rivendica benché tardi la memoria del vituperato eroe e decretando questo marmo ricerca le ossa ed illumina la tomba”.

Forse c’è ipocrisia nella celebrazione?

Si tratta, dunque, di una targa commemorativa, anzi, per la precisione celebrativa (o forse ipocritamente celebrativa), che, a quanto pare, vorrebbe esaltare le gesta di tale Paolo Restuccia. Chi sia stato costui non è facile dirlo, ancora meno è facile giudicare un uomo che, sicuramente, fu “di parte”. Il riferimento è ad un’epoca ormai trascorsa: una Sicilia che, allora, era parte del Regno delle due Sicilie, a trazione napoletana, si potrebbe dire. Certamente, era un suddito della monarchia borbonica che allora regnava nel sud Italia. Non si pensa, tuttavia, si possa sostenere che era un fautore dell’unione – forzatamente realizzata a partire dal 1860 – con lo Stato sabaudo, e, quindi, con il resto dell’Italia.

L’auspicio dell’indipendenza della Sicilia dal regno borbonico

Più probabilmente, stando alle notizie che si possono raccogliere sulla sua persona, poteva definirsi un indipendentista, nel senso che auspicava l’indipendenza della Sicilia dal resto del regno borbonico, e, dunque, anche dal resto d’Italia. In questo senso, si crede, debba essere interpretata la sua partecipazione ai moti del 1847, cui la lapide fa riferimento. Cioè, non si trattò sicuramente di una rivolta che auspicava la realizzazione di una Italia unita, ma una sommossa antiborbonica, in opposizione al dominio napoletano sulla Sicilia. Una questione interna al nostro profondo sud, si potrebbe dire che nulla aveva a che fare con i successivi – discutibili – sviluppi storici. Certo è che, inizialmente sfuggito alla reazione borbonica, nel corso di una ulteriore rivolta antiborbonica repressa, nel 1848, dalle truppe del generale Filangieri, venne arrestato. Successivamente scarcerato, riprese a cospirare contro la monarchia borbonica; nuovamente arrestato, rientrò in carcere, dove morì di colera nel 1854.

Targa commemorativa ambigua

Detto questo, la lapide, letta con animo di chi queste vicende le legge solo da storico, è piuttosto ambigua. Lascia, infatti, intendere, ad una prima lettura, che il Restuccia fu un antesignano dei moti che portarono all’unità d’Italia, ma così non è. Era, probabilmente, un patriota siciliano, uno di quelli che speravano in una Sicilia libera ed indipendente, così come è stata in qualche periodo storico, unica tra le regioni italiane. Certamente, non auspicava l’annessione, che poi avvenne, alla monarchia sabauda. Dunque, quella “madre Patria” armata della “falce del vero” quale sarebbe? Certo è che il Regno delle due Sicilie era uno Stato sicuramente non inferiore per benessere e sviluppo al Piemonte dei Savoia.

L’illuminismo dei Borbone

I Borbone erano i legittimi monarchi di uno Stato che non conosceva sottosviluppo, povertà ed emigrazione; con l’unità d’Italia, le fabbriche siciliane, calabresi e campane vennero smontate e trasferite al Nord, così come i soldi finirono nelle banche piemontesi. Al popolo che sperava sempre in chissà quale miglioramento delle sue condizioni, che, invece, erano buone per l’epoca e, certamente, superiori a quelle di molti Stati europei, fu imposta, ad esempio, la leva obbligatoria, che non esisteva, per cui i siciliani si trovarono al centro di battaglie ed interessi che non erano i loro, fino alla tragedia della prima e della seconda guerra mondiale. Iniziò, dopo il 1860, la drammatica emigrazione in massa dalla Sicilia; spinti da una povertà fino allora sconosciuta, i siciliani andarono a morire nelle miniere del nord Europa, a fare i lavori che nessuno voleva fare, in condizioni pessime, a riempire i dormitori delle grandi città del Nord Italia, dove, invece, andava a svilupparsi l’industria, del Nord Europa, delle Americhe e dell’Australia. Non tornarono più a quella terra che fino allora aveva garantito condizioni di vita sicuramente migliori degli altri europei. E, tuttora, chi può dire che l’Europa che ci ha assorbito nella sua orbita, fa davvero i nostri interessi?

Il senso controverso della “tirannide ferdinandea”

Il discorso è complesso e controverso, però perché parlare di “tirannide ferdinandea”? Era Ferdinando II di Borbone un tiranno, così come lascia intendere la lapide parlando di “tirannide ferdinandea”? Certo, era un re napoletano, mentre gli insorti pensavano più ad una Sicilia libera ed indipendente. Era forse lontano dalle aspirazioni degli isolani. Ma i Savoia lo furono di più? No. Sicuramente. La sconfitta dell’intero Sud, nel 1860, non fu la vittoria della Sicilia. Quest’ultima, infatti, fu marginalizzata ancora più ed usata per interessi non siciliani, sia politico-militari che economici. In quest’ultimo caso, diventando il serbatoio di manodopera a buon mercato della nascente industria mitteleuropea e norditaliana. Quanti siciliani, i cui nomi leggiamo sulle lapidi in ogni piazza di paese, andarono a morire sulle Alpi nel corso della I guerra mondiale? Quanti di loro comprendevano e condividevano le ragioni di scontro tra l’Austria ed il Nord Italia? Che vantaggio ne ha avuto la Sicilia? Quello di Restuccia fu un “tradimento”? Certamente era una ribellione contro l’Autorità costituita.

La Sicilia era la “Madre Patria”

Rimane, comunque, il senso di disagio a leggere che la “Madre Patria” vendicherebbe, oggi, le accuse che allora furono mosse contro di lui. Quale Madre Patria? La sua Madre Patria era la Sicilia. Il resto, anche questa volta, è stato frutto di una sanguinosa imposizione ai danni del popolo siciliano, a partire dai molti taciuti episodi del “risorgimento”, quale, ad esempio, l’ormai, nonostante tutto, famoso eccidio di Bronte del famigerato Nino Bixio. Tutte le rivolte di allora sono state, successivamente, lette in chiave unitaria. E’ naturale che sia così: la Storia è il racconto dei vincitori.

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