Monte Scuderi: tra leggenda e paesaggi mozzafiato

Posizione e caratteristiche del Monte Scuderi

Monte Scuderi è una montagna piuttosto isolata, rispetto alla catena dei peloritani, che si erge a monte di Itala, lungo la costa ionica messinese. Si tratta di un monte “monolitico” di calcare cristallino. Monolitico perché, ed è questa la sua caratteristica più interessante e che lo rende sostanzialmente diverso dalle altre vette dei peloritani, è costituito, quanto meno nella parte sommitale, da un grosso piastrone calcareo delimitato da pareti quasi del tutto verticali che lo fanno assomigliare, visto dal basso, ad una gigantesca torta. La parte sommitale è infatti quasi completamente piatta; è un vero e proprio pianoro o altipiano situato a 1253 metri sul livello del mare. Il monte, inoltre, non appare “collegato” alle vette più vicine, ma piuttosto isolato, il che lo rende sicuramente più affascinante. Chiamato anticamente anche monte “Sparviero”, oggi è conosciuto soltanto come monte Scuderi.

L’origine del nome

L’origine del nome non è chiara, tuttavia potrebbe, forse derivare dal termine medievale “Scudeli”, usato per indicare i vasi a forma di ciotola o scodella. In effetti, la parte sommitale potrebbe assomigliare ad una scodella rovesciata piuttosto che ad una torta. Il nome “monte Sparviero”, invece, deriverebbe dalla presenza di numerosi sparvieri ovvero falchi, tuttora facilmente avvistabili, che nidificano tra le rocce e gli innumerevoli anfratti della montagna.

La storia del Monte Scuderi

Certo è che il monte è stato frequentato sin da tempi preistorici, e non solamente come luogo di pascolo per le greggi o di caccia, come tuttora accade. Sono state ritrovate ceramiche ad impasto, riferibili alla media età del Bronzo (XVI secolo a. C.), lungo la scarpata settentrionale del Monte, ad una quota di 1.100 mestri sul livello del mare. Sembra, comunque, che la zona abbia attirato l’attenzione degli antichi per la presenza di metalli, addirittura metalli preziosi, quali oro ed argento. Nel territorio sottostante il monte, in particolare nel territorio di Fiumedinisi, vi erano, infatti, miniere sfruttate dall’undicesimo secolo fino al diciannovesimo secolo, con qualche attività anche nel ventesimo: piombo, argento e addirittura oro. Pare vi fossero, anche, officine metallurgiche che sfruttavano le grotte naturali presenti lungo il pendio del monte. Sul fianco meridionale del monte è presente una grotta denominata, non a caso, “Grotta Fucina”.
Sembra, anche, che vi fosse sulla sommità del monte, un vasto insediamento fortificato, identificato di recente con la città bizantina di Micos (termine che in greco significa dirupo), che sarebbe stato abbandonato alla notizia della presa di Taormina da parte dei saraceni nel 902; sono stati ritrovati sul pianoro sommitale cocci di vasi riferibili a quell’epoca.

La leggenda della “trovatura”

Sicuramente, inoltre, è sempre stata presente la leggenda della “trovatura”, un tesoro che sarebbe nascosto in una delle grotte del monte; cosa abbia diffuso e consolidato nel tempo tale leggenda non è chiaro, però non si può escludere che il Monte, così isolato e difficile da “espugnare” sia stato, in passato, rifugio di pirati che lì, in qualche grotta, abbiano effettivamente nascosto il frutto delle loro ruberie. Chi voleva trovarlo doveva seguire, secondo la tradizione, una particolare “procedura” (secondo una delle versioni). Della comitiva di cercatori doveva far parte almeno un uomo capace di fare scongiuri. In una sola notte occorreva filare, torcere e biancheggiare il lino e tessere una tela per ricamare un tovagliolo. Occorreva, inoltre, pescare dei pesci nel mare di Alì, portandoli tanto velocemente sul monte da farli giungere ancora vivi. Qui la comitiva doveva cuocere i pesci e mangiarli sul tovagliolo di lino. Successivamente dovevano entrare nella grotta detta “la sciacca d’u ‘mpisu” (la fenditura dell’impiccato). Si tratta di una spaccatura situata a monte della grande grotta dove dovrebbe trovarsi il tesoro. In fondo alla grotta i cercatori avrebbero trovato un grande serpente che li avrebbe avvolti, ma i cercatori non dovevano mostrare alcuna emozione. Solo così poteva essere trovato il tesoro.

I “nivaroli” del Monte Scuderi

Per chi raggiunge la vetta, comunque, tornando a realtà più “storiche”, è facile osservare la presenza di numerose fosse profonde diversi metri ed altrettanto larghe che, ancora, durante l’inverno si riempiono di neve. I “nivaroli” utilizzavano queste fosse per conservare, il più possibile, la neve del periodo invernale al fine di utilizzarla per realizzare granite (o comunque in ambito alimentare) durante i mesi estivi. A questo scopo, le fosse venivano ricoperte di rami, fieno e foglie di felci. Si provvedeva, dopo l’arrivo della prima neve, a battere con delle pale al fine di compattare la neve e farla divenire ghiaccio. I “nivaroli”, successivamente, vendevano il ghiaccio conservato, nelle città siciliane, scendendolo dal monte con l’aiuto dei muli. Ce ne sono parecchie, sul monte Scuderi, di fosse del genere, ormai inutilizzate.

L’esperienza indimenticabile dell’arrampicata

Arrampicarsi sul monte è un’esperienza indimenticabile, sia per la natura circostante che per le caratteristiche del monte stesso. La zona intorno al monte è quasi del tutto spopolata; vi si può incontrare solo qualche escursionista o qualche pastore. Non vi sono per chilometri, tracce di presenza umana, il che rende l’impressione di trovarsi in chissà quale angolo remoto del mondo. D’altro canto che si tratti di una zona isolata, “eremitica” lo dimostra il fatto che, effettivamente, è stato territorio ove vivevano eremiti in passato, tanto che una delle valli intorno, una delle più isolate e davvero incontaminate è detta “valle degli eremiti”. La salita è impegnativa, ma lo è ancora di più nella parte terminale, proprio per la forma del monte. L’ultimo tratto (la “torta” o la “scodella rovesciata”) costringe l’escursionista a qualche sforzo in più ripagato da panorami che appaiono sempre più spettacolari. L’Etna, lo stretto, la costa di Messina, gran parte dei peloritani, la Calabria, la lontana costa tirrenica, lo sguardo spazia da ogni lato. Giunti sul pianoro sommitale ci si rende conto di essere in un ambiente unico proprio perché, nonostante si tratti della vetta, è prevalentemente pianeggiante apparendo davvero come un ambiente unico. Unico è, anche dal punto di vista della flora e della fauna, assimilabile all’ambiente delle Madonie, pur essendo queste molto distanti dal monte. La fatica dell’escursione è sicuramente ricompensata, anche se del tesoro non c’è, forse, alcuna traccia; chi ci vuole provare, però lo faccia pure.

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